articolo=Ci arrivi passando per vicoli di pietra antica e di panni a cascata tra i balconi, bussando a una porta di ferro e discendendo una scala precipitosa e intrisa d’ombra come il nome del ristorante: ‘Il Pozzo’. L’insegna sta lì dal giugno scorso, una delle tante freschissime in una città diventata assai mobile sul piano dei consumi. È il primo locale napoletano collegato all’Arcigola, ed è gestito da un medico, Elio Pomicio, e da un sindacalista dei metalmeccanici, Antonio Tubelli.
La filosofia del ‘Pozzo’ è singolare come la matrice dei suoi inventori: un intrico di saporita archeologia gastronomica e di sperimentalismo. Così potrai assaporare le crépés di spinaci in salsa di funghi, ma anche il cosciotto d’agnello farcito lardellato e pangrattato, pervenuto a noi dalle settecentesche ricette del cuoco galante e nobile Vincenzo Corrado.
Nel ‘Pozzo’ pescherai piatti anche d’epoca, e però al servizio del mutevole gusto di una clientela affamata di novità. La lista perciò cambia, in larga parte, ogni settimana. Talvolta a tema: ci sono stati, ad esempio, sette giorni dedicati ai grassi pignati di minestra maritata ed altri sette utilizzati per far conoscere i sapori perduti dei menu del Corrado e di Ippolito Cavalcanti. Il medico ed il sindacalista cuochi sostengono, e non a torto, che la splendida tradizione della cucina napoletana non ha mai trovato una degna eco nella ristorazione. La loro ambizione è questa, dimostrare che abbiamo altri splendori da ri-conoscere, dietro le tendine di vermicelli alle vongole e di tentacoli di polpo.
Ho assaggiato gli sformati, ottimi, di cavoli e zucchini; una notevole, pizzicante, minestra di castagne e fagioli; un robusto brasato all’Aglianico; fagottini di carne piuttosto anonimi; e un sorbetto all’arancia di assoluta onestà: era scialbo di colore e di sapore come gli spicchiati frutti di questi tempi, e quindi autentico. Tutto sommato, un’esperienza positiva, da consigliare.
La lista che ho consultato offriva, ancora, un timballo Pompadour alla moda, risotto alle pere e formaggio, spaghetti ai fiori di zucca, fegatini di maiale alla napoletana, contorni di insalate condite all’arancia e di verdure al salto, più un semifreddo di castagne. Giusta possibilità di scelta, ampia ma non tanto da perdersi.
Il servizio è gentile e non ossessivo, l’ambiente un po’ umido ma accogliente. Da applauso la carta dei vini, quasi esclusivamente regionale, con Falanghina, Lacrima Christi, Falerno, Taurasi, Aglianico – e altri prodotti campani – selezionati con grande cura. Presentare il meglio della nostra produzione, preferita agli inflazionati Pinot e frizzantini simili. È un bel segno di cultura. Personalmente vi consiglio un Asprino reso spumante con il metodo Champenois, splendidamente secco che di più non si può.
Pietro Gargano